Le tensioni geopolitiche stanno modificando sempre più gli equilibri dell’agroalimentare. Dazi, conflitti e difficoltà nelle rotte commerciali hanno effetti diretti sui costi di produzione delle aziende agricole e alimentari, fino ad arrivare al prezzo finale dei prodotti.
L’agroalimentare italiano continua a mostrare solidità: nel 2025 l’export ha raggiunto circa 73 miliardi di euro, confermando il settore come primo comparto manifatturiero nazionale. Tuttavia, nel primo semestre 2026 la crescita delle esportazioni si è fermata allo 0,6%, segnando un forte rallentamento rispetto all’anno precedente.
A pesare sono soprattutto le difficoltà sui mercati internazionali, in particolare negli Stati Uniti, dove i dazi stanno aumentando la pressione su prodotti ad alto valore aggiunto come formaggi, vino, olio e salumi.
All’incertezza commerciale si aggiunge l’aumento dei costi di produzione: energia, carburanti, trasporti, materie prime e fertilizzanti hanno ridotto i margini delle imprese, rallentando anche gli investimenti in innovazione e digitalizzazione.
La crisi ucraina ha inoltre evidenziato la vulnerabilità degli approvvigionamenti europei. L’UE resta una grande potenza agroalimentare, ma non è completamente autosufficiente: un esempio è la dipendenza dalle importazioni di soia e proteine vegetali destinate alla zootecnia.
In questo scenario, la competitività futura della filiera passerà dalla capacità di innovare, migliorare l’efficienza produttiva e costruire maggiore autonomia strategica. Digitalizzazione, intelligenza artificiale e nuove strategie di approvvigionamento saranno strumenti fondamentali per rafforzare la resilienza dell’agroalimentare europeo.



